PIEVE di SANTO STEFANO IN PANE a RIFREDI
FIRENZE



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IL PADRE: DON GIULIO FACIBENI - “et nos credidimus charitati”

…don Facibeni e il Card. Dalla Costa sono stati le componenti più determinanti della storia fiorentina di questi ultimi trent’anni… Dalla Costa una autentica figura di profeta...don Facibeni fece cose incalcolabili, non solo per il numero già rilevante di ragazzi, ma per la qualità dell’Opera, per il disegno di essa: costruire l’uomo intero. Non un orfanotrofio: costruire l’uomo intero. Come si costruisce l’uomo intero? Incorporandolo nella storia di un popolo, dandogli la famiglia, l’officina, la scuola, la chiesa…

Prof. Giorgio La Pira (discorso di Galeata - 1964)

 

GLI ANNI GIOVANILI ED IL PRIMO APOSTOLATO A FIRENZE

Giulio Francesco Paolo Facibeni nasce a Galeata, “…paesaggio di Romagna, come il dialetto che parla la gente, ma storia ed arte toscana…” (da Vita di don Giulio Facibeni, pp. 16): all’epoca della nascita di Giulio Facibeni, era un piccolo paese della Toscana, assegnato poi alla Romagna nel 1923.
E in questa terra scabra e generosa, da un padre calzolaio e da una madre casalinga nascono undici figli, e fra loro, il 29 luglio 1884, nasce il “gracile” Giulio. Di famiglia umile e religiosissima, la mamma “…dalla fede schietta e generosa…” ed anche il padre uomo di Chiesa, sensibile alla carità.
Compie gli studi ginnasiali e liceali nel seminario di Faenza tra il 1899 ed il 1904, seppur ammesso come esterno: è proprio in quel seminario che Giulio Facibeni troverà la strada maestra della sua vocazione.
Dopo la licenza liceale, viene indirizzato a Firenze dove si iscrive alla facoltà di Lettere mantenendosi con l’insegnamento presso le Scuole Pie Fiorentine (Scolopi).
Si trova davanti alla doppia opportunità di farsi prete o di frequentare in veste talare la facoltà di lettere, scelta che rappresenta per lui un conflitto esistenziale, per il quale troverà soluzione nella paterna figura di Padre Giovannozzi, dei Padri Scolopi. Il 23 febbraio 1907 riceve la tonsura nella cappella dell’arcivescovado di Firenze, il 25 maggio 1907 riceve il suddiaconato nella chiesa delle Carmelitane in Piazza Savonarola a Firenze, il 21 settembre 1907 viene ordinato diacono nella cattedrale di Forlì e il 21 dicembre 1907 viene ordinato sacerdote nella cappella vescovile di Fiesole.
Assorbito dall’Apostolato che lo vede, a partire dal 1908, alle sue prime esperienze nelle scuole parrocchiali serali di S. Maria al Pignone, tra le figlie dei carcerati e tra gli studenti medi, nel maggio del 1910 fonda il circolo degli studenti secondari cattolici che prenderà il nome di Italia Nova, proponendo la diffusione della cultura religiosa e l’affermazione dei principi cristiani nell’ambiente della scuola, per saldare insieme religione e patria rifacendosi agli ideali del Risorgimento: ne rimarrà Assistente fino al 1913; nel 1911 il Circolo entra a far parte della federazione giovanile diocesana.
Dal 1911 tutta la famiglia Facibeni decide di emigrare da Galeata a Firenze: prima i fratelli minori, poi la madre, quindi anche il padre. Si stabiliscono in Piazza S. Michelino, nel piccolo quartiere della canonica, e don Facibeni provvederà al loro mantenimento. Tra il 1911 ed il 1912, don Giulio lascia le Scuole Pie Fiorentine per dare una sistemazione meno precaria ai suoi familiari, terminare gli studi universitari e continuare a seguire il Circolo Italia Nova: il 27 ottobre 1912, tre giorni prima di venire a Rifredi, dà l’ultimo esame. La parrocchia cancellerà per sempre il problema della laurea.

 

ARRIVO A RIFREDI

Il 31 ottobre 1912 l’Arcivescovo Mistrangelo lo nomina vicario nella Pieve di S. Stefano in Pane di Rifredi:
Quella sera, nella buia e deserta Chiesa di S. Stefano in Pane ripensai alla mia ordinazione sacerdotale e all’immolazione totale di me stesso che in quel giorno feci al Signore. Riascoltai le parole del Vescovo mentre posava sul mio petto la stola in forma di croce e mentre poneva sulle mie spalle la pianeta: “Ricevi il giogo del Signore… Ricevi la veste sacerdotale che significa la carità””.

La Parrocchia di Rifredi era in una situazione a dir poco disastrosa: una parrocchia in terra di missione, situata in un quartiere nuovo dove era in corso una trasformazione epocale, impetuosa e convulsa, dalla campagna alle fabbriche, ed era teatro di continue contrapposizioni politiche e divisioni sociali. Il sobborgo era in espansione ma la Pieve non era più il punto aggregante, la popolazione trovava il suo riferimento in aggregazioni laiche senza che la Chiesa fosse presente.
Dirà: “Per obbedienza fui tolto dall’insegnamento ed a soli 27 anni inviato, senza esperienza e senza pratica di ministero, in questa parrocchia che contava novemila anime”.

La famiglia Facibeni viene alloggiata in un locale della pieve ed il Padre, in un momento di particolare crisi economica per la parrocchia, dovrà provvedere anche al loro sostentamento.
Provvisto di volontà indomabile e fede profonda, inizia la sua attività pastorale.
Comincia con la S. Messa quotidiana ad ora fissa, “per assicurare maggiore regolarità e solennità alle funzioni”.
Quindici giorni dopo il suo arrivo apre il Doposcuola per i giovinetti delle scuole pubbliche, a cui seguirà il 1 dicembre 1912 la Scuola serale per l’insegnamento elementare e il disegno a giovani in gran parte contadini.
Richiama in vita la società S. Filippo Neri, nata vent’anni prima per aiutare gli indigenti della Parrocchia. Nella S. Filippo Neri si sviluppano il gruppo delle Piccole lavoratrici per Gesù Bambino, dove le fanciulle preparano corredini per bambini poveri, ed il Pane di S. Antonio, per le opere di carità.
Il 1 maggio 1913 dà vita al Bollettino parrocchiale che tutte le famiglie della parrocchia riceveranno gratuitamente, per “far giungere il pensiero del Parroco anche là dove non ne giunge la parola”.
L’8 maggio 1913 nasce poi l’Unione delle Giovani e l’Unione delle madri cristiane come centro di azione sociale e di formazione da cui nascerà la Cassa dotale, per insegnare alle fanciulle a costruirsi la dote col risparmio e l’economia.
Nascono poi due Congregazioni parallele: i ragazzi si raccolgono sotto la bandiera del Circolo S. Tarcisio, che avrà a disposizione un piazzale per i giochi e farà nascere anche una sezione filodrammatica, mentre le giovinette trovano la loro bandiera e la loro filodrammatica nella Congregazione di S. Emerenziana.
Sempre nel 1913 ripristina la Processione del Corpus Domini, sospesa da tempo a causa di un gesto di provocazione (il lancio di un gatto sul baldacchino): viene celebrata con solennità con due bande musicali, il Circolo Italia Nova dietro il Santissimo con la bandiera, i Giovani Cattolici di Firenze a reggere il baldacchino e la benedizione in Piazza Ettore Socci (attuale Piazza Dalmazia), cuore della Rifredi laica.
Nell’aprile 1914 crea il Circolo Liberi e Forti (versione rifredina di Italia Nova), che ha per ideale la cultura religiosa e l’azione per il bene.
Il 1 marzo 1914 nasce il Patronato di Santo Stefano, con lo scopo di coordinare tutte queste iniziative.
Don Facibeni, deriso e minacciato da alcuni politicanti locali, anche attraverso giornali e manifesti, prosegue con la sua azione pastorale organizzando anche alcune processioni per le strade del rione.
E ancora il 25 dicembre 1914 inaugura la nuova Cappella di Via del Romito, con lo scopo di offrire un servizio religioso per la popolazione più lontana dalla Pieve.

 

LA GRANDE GUERRA

Con l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915, il Bollettino parrocchiale esce in edizione straordinaria:
L’ora della grande prova è suonata anche per noi… Si tratta di accettarla con rassegnazione e coraggio… Ora che i reggitori della nazione hanno giudicato la guerra inevitabile, dopo che per nove lunghi mesi abbiamo pregato perché la patria nostra fosse risparmiata dagli orrori della guerra stessa… Tendiamoci fraternamente le destre, che pur tante volte abbiamo innalzato fra noi minacciose… Preghiamo molto…”.

Il Padre vede i suoi ragazzi, i giovani della Parrocchia, della Liberi e Forti, della Scuola serale, del Circolo Italia Nova, partire ad uno ad uno: “Figli miei, voi siete in questo momento i miei prediletti, non solo perché siete la forza viva, la speranza di questo mio Popolo, ma perché sento che la mia vita ha delle sublimi relazioni con la vostra”.
La Parrocchia si dedica interamente a sostenere e incoraggiare i soldati al fronte e le famiglie dei richiamati.
Le parole sono subito accompagnate da gesti concreti: nascono il Segretariato di Assistenza per domande di sussidio, lettere ai militari e il Nido d’infanzia per i figli dei richiamati, il primo sorto a Firenze a soli otto giorni dalla dichiarazione di guerra, gratuito e affidato esclusivamente alla carità dei Parrocchiani.
Il Bollettino Parrocchiale sarà il collegamento tra la Parrocchia ed i soldati, ai quali verrà inviato regolarmente; dal luglio 1915 conterrà anche la rubrica fissa I nostri morti per la patria, contenente i necrologi dei caduti con la loro fotografia, scritti proprio dal Pievano. Insieme al Bollettino vengono spediti pacchi con maglioni, fasce, passamontagna confezionati in Parrocchia.

Don Giulio Facibeni viene chiamato alle armi il 17 luglio 1916, terzo della famiglia dopo i fratelli Francesco e Nemo, ma l’ordine di partire per il fronte arriva solo il 2 febbraio 1917: “… Io prometto che qualunque soldato che incontrerò nel mio cammino vedrà in me un fratello, che le carni dilacerate troveranno nelle mie mani, mani materne, che cuori doloranti troveranno nel mio cuore amore e conforto …”.
Parte come cappellano della Sanità, prima sul fronte dell’Isonzo e poi sul Grappa, dove si distingue per azioni di coraggiosa misericordia.
Lo segnano profondamente le emozioni della S. Messa al campo, le tombe del piccolo cimitero di guerra, l’offerta della propria vita.
In questo periodo c’è il primo incontro con la Madonnina del Grappa: desidera vedere da vicino la statuetta dell’Immacolata posta sul monte nel 1901 dal Cardinal Sarto. Scriverà su Bollettino Parrocchiale nel 1917: “Sul monte che oggi è baluardo della nostra difesa e contro il quale s’accanisce l’irruenza nemica, sul “Grappa”, si eleva la statua di Maria Immacolata, statua accompagnata lassù nel 1901 dal Cardinal Sarto, cioè il Pontefice Santo…: la buona Mamma celeste protegga i nostri soldati, li guidi alla vittoria, infonda in tutti il senso della propria responsabilità, faccia sì che presto l’umanità riconciliata con Dio e con sé stessa si incammini verso il vero rincivilimento cristiano”.
Nel 1918 don Giulio Facibeni viene sfiorato alla tempia da una pallottola austriaca; scriverà in una lettera dal fronte alla signora Ida Papini Marlazzi, probabilmente in novembre: “...Non so davvero perché si parli di ferita trattandosi di vera e propria scalfitura della quale dopo un mese è scomparso ogni segno: il proiettile, trovato l'ostacolo dell'elmetto, ha sfiorato la pelle ed è andato a colpire il mio vicino di trincea, fortunatamente ad una gamba.
Certo pericoli non mi sono mancati e la morte l'ho vista vicino, ma non è poi così brutta come la dipingono! Basta avere fede! Del resto non sarebbe stato per me una grazia grande essere confuso nel sacrificio con tanti miei cari soldatini?...


Riceverà la medaglia d’argento con la motivazione: “Con profondo sentimento di pietà e alto concetto della propria missione, durante intere giornate di sanguinosi combattimenti rimaneva costantemente sulla linea di fuoco a prestare con attività indefessa la sua opera pietosa, usciva anche solo dalla nostra trincea spingendosi in terreno scoperto e battuto dal fuoco nemico, per raccogliere feriti e recuperare salme di caduti. Monte Pertica - Colle della Martina (Monte Grappa 24-27 ottobre 1918)”.
Ma non ne gusta il riconoscimento perché è preso da altri pensieri. Passerà tutto il mese di novembre 1918 a schedare i suoi soldati morti, a raccoglierne gli effetti ed a scrivere alle mamme ed alle mogli: "Spesso non sapevo nemmeno trovare le parole".

Alle 8 del mattino del 29 ottobre 1921 parte dalla stazione ferroviaria di Aquileia un treno che entrerà nella storia d'Italia. Si tratta del convoglio che, in cinque giorni, porta la salma del Milite Ignoto a Roma per essere tumulata all'interno del Vittoriano il 4 novembre. Un viaggio emozionante di 5 giorni in 5 tappe, attraverso 5 regioni e 120 stazioni, dove centinaia di migliaia di persone lungo i binari rendono omaggio a questo corpo senza nome, simbolo del sacrificio per amore della Patria.
Durante la terza tappa del 31 ottobre 1921, il Milite Ignoto passa dalla stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella, per poi giungere a Roma il 2 novembre 1921.
Il 4 novembre 1921, il Milite Ignoto viene tumulato nel sacello posto sull'Altare della Patria. Quella mattina tutte le campane fiorentine, comprese quelle del Bargello e di Palazzo Vecchio, suonano a distesa per mezz’ora e dal Forte Belvedere vengono sparate salve d’artiglieria.
Quello stesso giorno a Firenze si tiene una cerimonia militare altrettanto solenne in piazza Santa Croce, dove duecento militari si sono schierati su quattro plotoni, sotto il comando del Generale Reghini. Dinanzi alle truppe schierate (presenti anche gli Ufficiali in congedo in grande uniforme), don Giulio Facibeni celebra la S. Messa sul vecchio altare da campo dell’84ª Fanteria, da lui stesso usato durante la guerra sul fronte dell’Isonzo.

Il 4 agosto 2007 durante una solenne cerimonia sul Monte Grappa, il Governo austriaco ha consegnato all’Opera la “Croce d’onore” rilasciata a don Facibeni con la motivazione: “in ringraziamento della pietà cristiana rivolta ai soldati nemici nella guerra 1915/18, da don Giulio Facibeni”.

 

RITORNO A RIFREDI

Torna a Rifredi durante la Quaresima del 1919 in preda ad un esaurimento terribile, negli occhi le immagini di tante tragedie: è segnato in maniera indelebile.
Il 30 marzo durante la funzione di suffragio per i caduti in guerra, distribuisce l’immagine del SS. Crocifisso con elencati i caduti della parrocchia, circa ottanta.

Il rione ha subìto trasformazioni socio-economiche enormi e la Parrocchia è lacerata da nuove tensioni sociali e politiche gravissime: le Officine Galileo passano da 231 operai nel 1911 ad oltre 2000 nel 1918 ed a seguire anche le fabbriche minori; l’ingresso massiccio delle donne in fabbrica; il dramma della riconversione industriale che vede contrapposizioni tra il tessuto agricolo e quello industriale; i socialisti con un grande consenso popolare moltiplicano comizi, conferenze, gite, scioperi, senza una vera prospettiva politica ma con una avversione verso il movimento cattolico, che porterà a provocazioni gratuite.
Nella lettera ai Parrocchiani don Giulio scriverà: “…O buoni che intendete tutta la sublimità del ministero sacerdotale, continuate ad assistermi, sostenermi con la vostra preghiera perché tutti, tutti i figli che la Provvidenza mi ha affidato, di qualunque condizione, classe, partito, ma specialmente gli umili, gli oppressi, i traviati, sempre, sempre possano trovare in me un cuore di padre, infiammato dalla carità di Cristo. Non traccio programmi, non faccio promesse; il Crocifisso, niente altro che il Crocifisso deve essere la mia bandiera, il mio motto, la mia luce, la mia forza…”.

Nonostante tutto, l’attività del Pievano è frenetica e tesa verso una meta precisa: tra marzo e luglio 1919 nasce l’Unione “Salviamo i Fanciulli!” con lo scopo di sostenere tutte le iniziative a favore dell’infanzia, tra cui il Nido, l’aiuto agli orfani di guerra e anche non di guerra, mentre ad aprile del 1919 esce il Bollettino parrocchiale con la nuova testata Voce paterna.
Tra i compiti dell’Unione, ci sono la costruzione dei nuovi locali del Patronato, che vengono inaugurati il 12 giugno 1921 ed in cui si trovano la scuola serale di disegno, la scuola di musica e l’oratorio festivo per i ragazzi e la costruzione della nuova sede del Nido. Il bilancio risulta già consistente: 75 orfani di guerra, 60 non di guerra e 5 orfanelle.
Il 22 gennaio 1922 durante la Festa di S. Sebastiano patrono della Misericordia, don Facibeni comunica al popolo che la S. Filippo Neri si è fusa con la Misericordia, diventandone la sezione femminile.

Il 3 marzo 1920 muore improvvisamente Giuseppe Facibeni, babbo di don Giulio Facibeni; scriverà in una lettera allo zio Antonio, probabilmente nel 1920: “...Ogni giorno più si sente vivo il vuoto lasciato dal babbo. Quanta tristezza!”.

Intanto nel 1921 a Rifredi si affacciano i fascisti e gli episodi di violenza sono numerosi: il 26 gennaio 1921 danno fuoco alla tipografia del giornale socialista La Difesa e questo comporta un grave fatto di sangue; il blocco di due camion di fascisti diretti al Sodo, porterà alla morte di un rifredino; a marzo la truppa fascista stronca l’occupazione operaia delle Officine Galileo; e ancora il 7 maggio 1921 una squadra fascista incendia la Società di Mutuo Soccorso, ed il Padre invierà una lettera di solidarietà al Presidente della Società.
In occasione del grande raduno fascista del 28 maggio 1922, esponenti fascisti di Rifredi e Castello chiedono in modo cortese ma risoluto al Presidente della Misericordia, di esporre il tricolore: don Giulio va immediatamente alla Misericordia e toglie di persona la bandiera. Il Padre ricordando quel momento dirà: “La Misericordia è fuori, al di sopra di queste competizioni…”.
Il 20 settembre 1922 il fascio locale ordina a tutti di esporre il tricolore: il Pievano, che tanto aveva amato la patria fin da bambino, rifiuta, e questo comporta violenze con tentativi di sfondare la sede del Patronato, alle quali seguiranno minacce di morte che lo indurranno a pensare di fare testamento.
Ulteriori attacchi fascisti seguono il 14 ottobre 1922, con il tentativo fallito di sfondare la sede del Patronato e di mettere a soqquadro i locali della Liberi e Forti e nell’agosto 1923, con l'assalto alla Liberi e Forti seguito da schiaffi e manganellate ai giovani, tra cui al fratello Francesco Facibeni.
Don Facibeni scriverà con fermezza: “Ai giovani offesi dico: fermezza, perdono, preghiera… Gli sciagurati che pensano di modificare i cervelli e le coscienze con una randellata e nutrono in cuore un odio così feroce sono degli infelici che meritano solo pietà. La Patria non si serve con la violenza e con le parole spesso vacue e gonfie ma con la laboriosità e l’onestà…”.

 

NASCITA DELL'OPERA

Obbedendo ad un impulso profondo e alle promesse fatte ai giovani sul fronte, che sul punto di morte lo imploravano “Padre non abbandoni i miei figli”, il Pievano e l’Unione “Salviamo i Fanciulli!” progettano il Nido ed il Rifugio per gli Orfani. Occorre però trascinare tutti nell’impresa di carità, “espressione di tutto, di tutto il popolo”.
Le donne di Azione Cattolica donano l’offerta ricavata dal ricamo, i giovani del Circolo Liberi e Forti raccolgono fondi con le commedie, ai contadini il Pievano propone di ripristinare l’offerta del grano, le famiglie della Parrocchia tengono in casa il salvadanaio dell’Unione “Salviamo i Fanciulli!” e si fanno avanti anche le operaie della Manetti & Roberts e della Superpila.
Il Pievano non prevedeva alcuno dei futuri sviluppi dell’Opera, né la destinazione che l’edificio avrebbe avuto al momento dell’inaugurazione nel Novembre 1924.
I lavori per la costruzione del Nido e dell’Orfanotrofio iniziano con i soli denari per le fondamenta: “…L’atto potrà essere giudicato una pazzia o per lo meno frutto di un bel sogno a cui seguirà un’amara delusione! Esso invece deriva da una fede incrollabile nella Divina Provvidenza”.
Poco prima dell’inaugurazione nasce l’idea di unificare sotto il nome di Piccola Opera della Divina Provvidenza, tutte le opere sorte intorno alla Pieve: Orfanotrofio Madonna del Grappa, Nido “La Pace”, Patronato Santo Stefano, Segretariato del popolo, Scuola Tipografica Orfani di Guerra, Libreria, Biblioteca, …

L’8 luglio 1923 vi è la benedizione del terreno, con una cerimonia senza invitati, soltanto il Pievano e la sua gente; il 21 ottobre 1923 vi è la posa della prima pietra, con una cerimonia tutta diversa, con l’esposizione del SS. Sacramento, due palchi per le autorità ed i bambini del Nido, la banda musicale, il sindaco di Firenze, il rappresentante del Prefetto, tutte le associazioni della zona, i Direttori della Galileo e della Richard-Ginori, il Cardinal Mistrangelo ed il corteo.
Scriverà il Padre su Voce Paterna del 31 dicembre: “La gioia di quel giorno allieta ancora l’animo con sempre nuove e fervide speranze. Oh! come in quell’ora benedetta i gridi di odio, le insane devastazioni, il crepitio delle fiamme, il rosseggiar del sangue - storia dolorosa di ieri - sembrano cupi ricordi, fosca leggenda! Non splendeva il sole, un velo di mestizia avvolgeva anzi la natura, ma c’era tanta chiarità nei cuori!... Non sono mancate nel nostro popolo manifestazioni solenni, ma da tempo nessuno aveva suscitato tanta unità di consensi, tanto fervore… Il 21 ottobre segna finalmente nella storia della nostra parrocchia, dopo tanti anni di dolore e di lotte, una pagina fulgida di fede e d’amore!”.
La commozione del Padre non è da ricercarsi in un cristianesimo di parata ma nel fatto che lui aveva vissuto quell’ora come un patto definitivo con la sua gente: “Quando con mano tremante chiusi nel tubo la pergamena e scesi per deporla nel cavo della pietra, sentii di stringere al mio cuore il patto solenne di amore di tutto il mio popolo. La voce insistente dei nostri morti gloriosi, lo sguardo dolcemente implorante di tanti teneri orfani finalmente avevano vinto. La pergamena sottoscritta con tanta effusione dal Pastore buono e da tutte le autorità è ora inesorabilmente custodita da due pietre benedette; nessuna mano potrà profanarla!

Il 2 novembre 1924 vi è la benedizione da parte del Cardinal Mistrangelo, dell’Orfanotrofio e della Cappella Votiva che il Padre ha deciso di recuperare dal vecchio Oratorio e nella quale fa incidere ai lati i nomi dei Caduti in guerra della Parrocchia.
A Natale del 1924 gli orfani sono già 18, dei quali 9 di guerra e 2 anche orfani della mamma, ma nel 1929 saranno già 110. Nel 1939 saranno 344 mentre nel 1949 raggiungeranno i 1200.
Il Padre cercherà di fissare fin da subito i criteri di accettazione e lo scopo: l’Opera non vuole essere un collegio ma “un vero e proprio rifugio per i fanciulli abbandonati: “una vera famiglia”” dove i fanciulli abbandonati sono gli orfani di guerra ed i poveri bimbi senza nome; l’Opera darà preferenza ai ragazzi poveri e abbandonati del rione ma senza delimitare confini alla Provvidenza; l’Opera non chiederà a nessuno una retta ed avrà lo scopo di avviare i ragazzi ad un mestiere.
Nel 1926 il programma non basta più a fronte delle tante richieste, per cui seguiranno ampliamenti: a Natale 1927 sarà inaugurata l’ala est dell’Orfanotrofio, con l’aggiunta di un altro dormitorio, un refettorio, un guardaroba, una Cappella; ad aprile 1928 sarà inaugurata l’ala nord-ovest su Via delle Panche. La ristrettezza dei locali obbliga il Padre ad uscire dal perimetro della Pieve: nel marzo 1929 viene aperta la vecchia Villa Vettori in Via delle Gore, con 23 orfani piccolissimi.
Il Pievano è segno di fede talmente al di sopra delle parti, che nelle Officine Galileo dal 1929 diventa regolare il soldo per l’Opera.
Scrive su Voce Paterna del 30 marzo 1929: “Perché il Signore ha voluto l’Opera in questo Rione operaio, l’ha voluta aliena da umane protezioni e sostenuta dalla preghiera e dal lavoro degli umili? Certamente perché fosse apologia vivente della Divina Provvidenza”.

Tante volte avrebbe voluto usare la parola “figliuoli” ma l’aveva respinta come un peccato di orgoglio; adesso non la poteva più trattenere: “Figliuoli miei! Come il Signore mi fa gustare tutta l’intima soavità di questo nome…”.
Sempre nel 1930-31, don Cellai avrebbe invitato i ragazzi dell’Opera a chiamarlo “Padre” e allo stesso tempo convinto don Facibeni ad accettare: “Signore, questo nome santo di Padre col quale tu stesso ami, vuoi essere chiamato, deh! non suoni un giorno a mia tremenda condanna…”.
La parola “Padre” sarà poi proposta da don Facibeni nella lettera scritta da Villa S. Girolamo nel gennaio-febbraio 1926 durante la convalescenza: “I giorni che la Misericordia Divina vorrà ancora concedermi saranno del tutto spesi per il vostro vero bene: la santificazione delle vostre anime, del vostro lavoro, delle vostre gioie, dei vostri dolori; per la pace delle vostre famiglie, per l’avvenire del nostro caro Rione. Non scienza, non vigorose energie, non ricchezze posso porre a vostra disposizione: non ho che il mio povero cuore…”.

 

RESTAURO DELLA VECCHIA PIEVE

Nel 1926 il Pievano decide di iniziare i lavori di restauro della vecchia Pieve, che fin da subito presentano grandi difficoltà: revisioni del progetto per intervento della Sovrintendenza e della Commissione di Arte Sacra, il freddo dell’inverno 1929, il ritrovamento di una cripta romanica, infiltrazioni d’acqua, il costo a lavori ultimati superiore al doppio del preventivo.
Scriverà il Padre su Voce Paterna del 30 marzo 1929: “Il restauro della Pieve non so se comprenderlo fra le pene o le consolazioni. È così ardua l’impresa che ormai da tre anni mi preoccupa”.
I lavori durano dal 1928 al 1930 e consistono nella demolizione delle aggiunte secentesche e nella ricostruzione della parte absidale con conseguente modifica della lunghezza della chiesa da 20 m a 36 m.

 

REVISIONE DELLO STATUTO DELLA MISERICORDIA DI RIFREDI

Nel 1926 il Pievano pensò di revisionare gli statuti della Misericordia di Rifredi, con lo scopo di dimostrare la continuità tra l’antica Compagnia di Santo Stefano in Pane e la Misericordia, cioè tra l’impegno della fede e il servizio della carità; in questo fu spinto anche dalla richiesta di revisione presentata da 36 iscritti.
I nuovi statuti vengono preparati ed approvati nel corso del 1926: ciò che colpisce è lo spirito religioso che anima la preparazione e che si ritrova all’interno dello statuto, dovuto all’estremo rigore religioso con cui il Pievano conduce lo studio storico della Confraternita. Dalla vecchia Compagnia viene ripresa anche la nomenclatura, quindi non Presidente e Vice Presidente ma Proposto e Governatore.
Scriverà il Padre su Vita Parrocchiale del 21 gennaio 1940: “Dio ve ne renda merito del conforto arrecato a tanti sofferenti. Voi non soltanto avete sollevato la loro miseria, ma avete donato la certezza che la carità non è spenta. Per l’opera vostra, per il vostro apostolato il divino Samaritano ancora una volta si è amorevolmente chinato sui poveri infelici e nelle piaghe di tanti cuori ha versato il balsamo santo. L’appartenere alla Confraternita è un privilegio, una grazia, un onore grande; ma soltanto i veri combattenti con le armi invincibili della preghiera e del sacrificio ne sono degni.

 

ESPANSIONE DELL'OPERA

Nel 1929 la Piccola Opera della Divina Provvidenza diventa per motivi giuridici, Piccola famiglia: esisteva già infatti l’Opera di don Orione nata prima ed avente lo stesso nome.

A partire dal 1927 iniziano i campeggi per ragazzi nei mesi estivi: alla Madonna dei Tre Fiumi, a Sant’Andrea a Camuggiano e Massa Rondinaia in Mugello; nel 1933 viene presa in affitto una pensioncina a Caletta di Castiglioncello.
Poi nel 1931 nasce la prima casa dell’Opera al di fuori del territorio di Rifredi: la colonia agricola Carlo di Frassineto a Calenzano; al momento del pagamento in Prefettura ci fu uno dei tanti interventi della Provvidenza: il Padre, che con fatica aveva raccolto solo una parte della cifra, seppe che un anonimo benefattore aveva liquidato il debito.
Il 18 settembre 1932 il Pievano benedice la nuova Cappella dell’Orfanotrofio a Rifredi e nell’ottobre dello stesso anno la Cassa di Risparmio di San Miniato affida all’Opera l’Orfanotrofio Principe di Piemonte: fu inizialmente destinato a quarantacinque bambini più piccoli.

Intanto continuano a pieno ritmo le iniziative in Parrocchia e le feste organizzate con l’Opera, in un territorio di Rifredi che ormai contava 15787 abitanti della Pieve e 4000 famiglie.
Nel 1934 il Padre viene fatto Monsignore ma la nomina lo mette a disagio: “Padre, mi chiamano i miei ragazzi ed il nome dolce ed austero scende nell’animo donando ora conforto, ora umiliazione, ora strazio. Questo il titolo che vorrei veramente meritare nel suo profondo significato”.
Nel giugno 1934 il Padre inizia a gestire il settimanale cattolico Vita Parrocchiale, nato da alcuni parroci del Mugello, che su richiesta dell’Arcivescovo avrà la sua direzione presso l’Opera e diverrà, oltre che bollettino parrocchiale in sostituzione di Voce Paterna, organo diocesano fino al dicembre 1945.

Il 3 luglio 1935 l’Opera cambia personalità giuridica e diventa “Società Anonima Gestione Orfanotrofio Madonnina del Grappa con sede sociale in Rifredi (Firenze)”.

Tra il 1935 ed il 1943 la situazione della Parrocchia e dell’Opera va peggiorando: i cappellani si succedono con tempi di permanenza brevissimi, il piccolo Seminario all’interno dell’Orfanotrofio viene chiuso dallo stesso Pievano, diminuiscono i giovani della Liberi e Forti, uno dei primi oblati dell’Opera lascia Rifredi e muore la donna pilastro dell’Azione Cattolica di Rifredi.

Di nuovo si fanno avanti esponenti fascisti che, in occasione delle elezioni per il rinnovo delle cariche nella Misericordia nel cui Consiglio non vi erano iscritti al fascio, cercano di inserire alla guida della Confraternita persone fedeli al regime. Il Padre, in qualità di Proposto della Misericordia, fa sospendere l’elezione.

Il periodo 1935-1937 è pieno di grandi prove per il Padre ma nonostante tutto le iniziative aumentano: nel 1937 viene acquistata la canonica di S. Martino a Montughi, dove vi si stabilirono alcuni orfani con l’intenzione di dar vita ad un gruppo di persone consacrate all’Opera. In seguito viene donata all’Opera la villa Forini Lippi di Montecatini.
Nel gennaio 1938 vi è la benedizione della nuova Chiesa di S. Antonio di Padova al Romito e l’acquisto del Mulino situato tra il Terzolle ed il Vicolo de’ Pinozzi. Proprio nel Mulino trova posto la fonderia artigiana (dove sarà colata la prima statua della Madonnina del Grappa), il forno per il pane, un piccolo calzaturificio con operai della Ferragamo che insegnavano ad i giovanissimi della Madonnina e camere per i grandi che ormai lavoravano in fabbrica o studiavano all’Università. Questi ultimi, come fratelli maggiori, erano soliti raggiungere gli altri edifici dell’Opera aiutando i piccoli a fare i compiti e sbrigando le faccende di casa.
Il 19 novembre 1939 viene affidata all’Opera l’Abbazia di Sant’Ellero a Galeata, che sarà gestita da Teresa Facibeni, sorella del Padre ed unica della famiglia rimasta al paese.
Prendono vita ancora altre iniziative: il Padre oltre ad essere responsabile della Sezione Fiorentina dell’Unitalsi e guida spirituale dei treni rosa per Lourdes e Loreto, nel 1938 dà vita insieme a Madre Francesca Chiara delle Montalve, al Centro Nazionale Italiano della Lega di preghiera e carità per i carcerati che presto si dirama in tante diocesi italiane.
Nel 1941 prende anche la direzione della sezione fiorentina dell’Onarmo, per un apostolato fra gli operai.

Il 24 giugno 1942 il Vescovo Dalla Costa è favorevole alla nascita come ente morale, dell’Opera della Divina Provvidenza Madonna del Grappa per la propagazione della fede, Istituto Ecclesiastico Diocesano.

 

LA DIVINA PROVVIDENZA

Sono tante le testimonianze di amici, ragazzi dell’Opera, cappellani, medici curanti e gente del popolo, sui “piccoli miracoli stile Cottolengo”, i tanti episodi in cui allo scadere di rette, pagamenti, iscrizioni o in momenti di scarsità di cibo compaiono all’improvviso le somme necessarie a saldare il debito o le pietanze necessarie per sfamare tutti: segni di una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza.
Scrive il Padre in una Lettera a Jacopo Mazzei il 21 dicembre 1932: “…Vedi, quasi ogni giorno succede così: alle volte l’offerta giunge anche pochi minuti prima che l’impegno scada!. Posso proprio dire ciò che diceva il Fabre di Dio: “Io Iddio non lo credo, lo vedo”. Io la Provvidenza non la credo, la vedo! I fatti sono continui e mi dimostrano che l’Opera è proprio voluta dal Signore”.
Il Padre teneva anche un Diario della Provvidenza dove riportava questi episodi, che si trovano ben esposti sul testo Vita di don Giulio Facibeni.

Uno di questi episodi scritti sul Diario riportava: “Giugno 1938. Sabato. Nemmeno un soldo per pagare gli operai. A mezzogiorno l’Amministrazione ha preparato le buste. Per fortuna gli operai, dovendo rimettere alcune ore di lavoro, rimangono fino alle 17. Verso le 16 una signora si presenta e chiede di parlare. È venuta per portare una piccola offerta. Le domando il nome. Mi guarda sorridendo: - Lei non conosce il Vangelo, mi dice. - E perché? - Nel Vangelo c’è scritto: La tua destra non sappia quel che fa la tua sinistra. Commosso per la lezione apro la busta. C’era esattamente l’occorrente per poter pagare alle 17 tutti gli operai…”.

Usando l’immagine cara al Cottolengo, il Padre amava chiamarsi spesso “povero facchino della Provvidenza”.

 

II GUERRA MONDIALE

A partire dal gennaio 1940, Vita Parrocchiale diventa ufficialmente il settimanale della Diocesi di Firenze: seimila copie con il Padre direttore unico. Alcune notizie gli arrivano dagli orfani ma poi a lui il compito di preparare il materiale, impaginare, correggere le bozze; poi Capetti, che era l’orfano distaccato presso lo stabilimento Grafico Commerciale dove il giornale veniva stampato, passava a prendere dal Padre i pezzi per la composizione.
Vita Parrocchiale a partire dallo dichiarazione di guerra del 1940, contiene anche la rubrica fissa Il Cantuccio dell’Opera, che sullo stile del Bollettino Parrocchiale del 1915 riporta colloqui del Padre pieni di tenerezza ed i suoi necrologi.
Il Padre tornerà più volte sull’argomento fascismo e nella lettera a Giulio Guicciardini del 5 dicembre 1943 scriverà: “…È così tragica l’ora che viviamo! Iddio ci aiuti ad intendere le austere lezioni… Possa la nostra sofferenza essere benedizione per i figli nostri! Purtroppo l’avvenire che abbiamo loro preparato è irto di incognite, ma se da parte nostra vi è stata forse mancanza di comprensione delle fatali conseguenze di certe teorie, non è mancata però la rettitudine e la buona volontà. I nostri figliuoli un giorno ci dovranno rendere questa testimonianza!…”.

Proprio in questo periodo, maturano all’interno dell’Opera tante vocazioni: don Fernando Cellai già dal 1927, don Alfredo Nesi, don Corso Guicciardini, don Celso Quercioli, don Bruno Manetti, don Carlo Zaccaro, don Nello Pecchioli primo sacerdote dell’Opera nel 1943, don Alfredo Ciapetti, don Felicino Turchi. Ed altri sacerdoti che insieme a questi, hanno affiancato il Padre in vita: don Riccardo Moretti, don Piero Paciscopi, don Daniele Rialti.

Durante tutta la guerra il Padre soccorre ed ospita i figliuoli che tornano a casa come soldati allo sbando ma anche ebrei e partigiani. Il Mulino oltre a macinare il grano per gli orfani, macina anche quello per gli ospedali di Careggi e la farina viene poi trasportata dai partigiani travestiti da infermieri. Tanti Ebrei vengono rifugiati nelle case dell’Opera, tra cui quelle di Montecatini.
Rifredi è particolarmente esposta ai bombardamenti in quanto zona industriale e nodo ferroviario, quindi i ragazzi vengono trasferiti nelle altre case dell’Opera. L’allarme in Via delle Panche vi è quasi tutte le notti: soltanto il Padre ed altri sacerdoti sono rimasti in Parrocchia.
Il 25 settembre del 1943 cadono le prime bombe su Firenze: una devasta la casa dell’Opera in Via Masaccio e l’altra sfiora la casa di Montughi.

Il 27 novembre 1943 muore nella casa di Calenzano, Santina Maltoni Facibeni, mamma di don Giulio Facibeni; scriverà a Corso Guicciardini Corsi Salviati, in una lettera del 5 dicembre 1943: “...Quando si ha la fortuna di avere una mamma veramente cristiana, non si vorrebbe mai giungere al giorno di non potere più confortarci nel suo sguardo. È qualche cosa del nostro intimo che si lacera. Ora mi sento tanto solo!...”.
Scriverà poi su Il Focolare del 20 febbraio 1955: “Ripenso alla mia mamma. Quante volte, giungendo trafelato dopo estenuanti fatiche, mentre la credevo a riposo, la trovavo invece in cima alle scale in vigile attesa. ‘Sciagurato! Tu ti ammazzi continuando così ’. Io in silenzio mi raccoglievo in camera. Poco dopo Essa sommessamente bussava all’uscio, s’inginocchiava e mi chiedeva perdono del suo modo troppo aspro…”.
Il funerale in Pieve, nonostante il periodo, fu molto solenne: sacerdoti, suore, parrocchiani ed amici.

Intanto i bombardamenti in città continuano a fare distruzioni: per il Padre tanti drammi tra i quali anche quello per i suoi giovani, con l’inizio dei bandi della Repubblica Sociale e del movimento di resistenza dei partigiani. L’8 febbraio del 1944 alcune bombe irregolari vengono sganciate dagli aerei sulla direttrice tra Rifredi e Sesto, provocando vittime a Castello ed una strage di bambini a Colonnata (strage del "Collegino San Pietro" presso Villa Gerini, che provocò 24 vittime, delle quali 23 bambini ed un giovane chierico); l’11 marzo 1944 un bombardamento su Rifredi distrugge abitazioni e fabbriche provocando alcune vittime; il lunedì di Pasqua una rappresaglia fascista a Montorsoli provoca la morte di alcuni parrocchiani. Il 2 maggio 1944 un altro bombardamento su Rifredi danneggia alcuni edifici dell’Opera tra cui la casa delle Suore ed il Nido, il tetto della Pieve e della canonica, e distrugge la tipografia: il Padre rifugiato in cantina insieme alle persone della casa ed alle suore, rimane illeso.
Il 30 maggio 1944 viene ucciso a Cercina il Pievano don Adolfo Nannini, ed il Padre deve assumere ad interim la vicaria.
Il 12 giugno 1944 viene fucilata dai repubblichini a Cercina, Anna Maria Enriquez Agnoletti, battezzata dal Padre pochi anni prima; il 5 agosto 1944, 12 parrocchiani vengono barbaramente uccisi presso l’Istituto Chimico Farmaceutico Militare da un plotone di soldati tedeschi.
I tedeschi fanno saltare il Ponte di Rifredi e tutta la zona al di qua del Terzolle che è da loro occupata, diventa la prima linea del fronte. Il 26 agosto 1944 il Padre riceve l’ordine di lasciare la Pieve e, portato via il Santissimo, raggiunge gli altri alla Quiete.
I tedeschi occupano la Pieve, utilizzando anche il Campanile come punto di tiro verso i partigiani e gli inglesi posti al di là del Terzolle.
Ma la mattina del 31 agosto 1944 i tedeschi si ritirano, ed il Padre vuole subito tornare in Pieve; racconta un figliolo della Madonnina: “Dal cancello dell’Ospedale di Careggi vedemmo uscire gente, tanta gente, che sbracciandosi ci veniva incontro. Abbracci e baci a non finire e una figura nera che scende dal viale quasi trascinando i piedi, il solito fazzoletto bianco infilato tra i bottoni della veste. Ci abbracciammo forte forte. – Figliolo, grazie! –. Il Padre non mi disse altro. Forse non era capace, come non lo ero io.”

 

DOPOGUERRA

Pochi giorni dopo la liberazione, il Padre sembra preoccupato per la sua stanchezza: sono i primi sintomi del morbo di Parkinson che lo accompagnerà per tutto il resto della sua vita e che già nel 1946, lo farà sembrare un uomo di ottant’anni anche se di soli sessantadue. Scrive il Padre in una Lettera a Corso Guiccardini il 29 dicembre 1945: “Sai che non ho segreti per te: sento nel fondo dell’anima tanta gioia, tanta fiducia! È vero, questo povero, debole, fiaccato corpo tenta inceppare, frenare ma mi pare che non ci riesca del tutto! L’anima scherza e canta!”.
Il rapido declino inizierà nel 1947, fino ad arrivare al 1948-49 quando perderà ogni autosufficienza. Verrà sottoposto anche ad alcune terapie ma con scarsi risultati.
Scriverà il Padre su Il Focolare del 22 febbraio 1953: “Guardo le mie povere mani rattrappite, ormai sono inservibili; i piedi ancora non molto e poi rifiuteranno i comandi della volontà… Forse verrà il giorno che mi sarà impossibile offrire il Divino Sacrificio… Accetto fin d’ora la rinunzia a questa santa consolazione e mi stringo alla croce del nudo ed oscuro patire. Ciò che l’azione spesso tumultuosa e troppo personale non ha saputo compiere lo compirà la sofferenza… Chiedo spesso al Signore che fino all’ultimo conservi limpida la mente e ardente il cuore in modo che l’offerta della mia pena sia sempre più cosciente e più pura”.
Sicuramente il Padre conserverà fino all’ultimo, un’assoluta lucidità.

La casa di Rifredi, anche se lesionata, deve riprendere tutti gli orfani nascosti durante i bombardamenti, nelle altre case dell’Opera: inoltre il numero di orfani cresce a dismisura fino a raggiungere quota 1200 nel 1949.
Nascono di conseguenza tante case: la villetta Bel Gioiello a Quarto (sopra Rifredi), San Niccolò per i piccolissimi nel 1945, Villa Lorenzi per gli studenti dei corsi superiori nel 1946, Villa Favard a Rovezzano per i ragazzi dell’avviamento industriale nel 1947, Palazzo Taddei a Fucecchio per i ragazzi delle elementari nel 1947, casa di Gavinana nel 1947, Villa Guicciardini a Montughi per gli universitari nel 1949, Villa Fonseca alle Sieci nel 1949, casa di Quercianella nel 1949, Villa delle Ortensie a Marignolle per i giovani operai nel 1952, Villa Ada ad Azzano sul Lago di Como come convalescenziario per i piccolissimi nel 1952.
A queste si aggiungeranno poi tanti gemellaggi.

L'8 dicembre 1945 nasce l'Osservatore Toscano come giornale della Diocesi di Firenze, e Vita Parrocchiale perde la sua funzione di "supplenza". Come bollettino parrocchiale in sostituzione di Vita Parrocchiale, nasce così il 7 gennaio 1946 Al Focolare, che per il Padre è triplice focolare: l'altare, la famiglia, la carità.

Proprio nell’immediato dopoguerra, si succedono a Rifredi numerosi cappellani tra cui Ermindo Corsinovi e Silvano Piovanelli (poi Arcivescovo di Firenze e Cardinale), particolarmente legati al Padre.
I due cappellani Corsinovi e Piovanelli, erano della stessa classe di Teologia di don Lorenzo Milani e don Giuseppe Franci (poi Pievano di S. Stefano in Pane).

Tra il 1948 ed il 1949 si tengono numerose feste per il venticinquesimo dell’Opera: Missioni Paoline, le prime S. Messe di alcuni sacerdoti dell’Opera, il 12 giugno 1949 il Primo Convegno dell’Unione Figli della Madonnina del Grappa, il 24 luglio 1949 il pellegrinaggio sul Grappa, il 16 ottobre 1949 l’udienza pontificia a Castelgandolfo con Papa Pio XII che gli parla dicendo “…Don Facibeni - l'uomo, il sacerdote, che portava nel nome il segreto della sua vita…” (discorso completo), il 29 giugno 1950 l'inaugurazione della Croce a Monte Morello con la S. Messa celebrata dal Padre.

 

RINUNZIA ALLA PARROCCHIA

Nella Lettera a Corso Guicciardini dettata dal Padre il 24 novembre 1949, don Facibeni nomina don Corso come suo successore per l'Opera: “La tua vocazione dal modo con cui si è manifestata, mi sembra chiaramente voluta dal Signore per l’Opera della Madonnina del Grappa, per la quale ti indico mio successore… Non so se potrò abbracciarti Sacerdote: ad ogni modo ti continuerò dal cielo quella Paternità che non ti potei continuare in terra…”.
Per quanto riguarda la Pieve invece, nell’agosto 1950 è cappellano don Franci, la cui nomina poi rientra; in quella occasione, il 5 settembre 1950, il Padre scrive al Card. Dalla Costa: “…Chiedo in carità all’Eminenza Vostra… quale cappellano a Rifredi don Franci che conosco e che sono certo, specialmente per la gioventù, farebbe molto bene... sono disposto anche a rinunziare ad un cappellano purché venga assegnato don Franci…”.

Nell’ottobre del 1950 il Card. Dalla Costa, visto il rapido incremento della popolazione al Ponte di Mezzo, decide di costruire una Chiesa sul terreno preso dal Padre fin dal 1935 e su cui nel dopoguerra aveva aperto asilo nido e scuola elementare.
È così che in poco tempo nasce la parrocchia Maria Regina della Pace al Ponte di Mezzo, che costituisce il primo smembramento del territorio della Pieve.

Nel 1951 la Democrazia Cristiana chiede a Giorgio La Pira di candidarsi a Sindaco di Firenze ma inizialmente lui non vuole; poi improvvisamente decide di accettare... Racconterà Ettore Bernabei: "Questa candidatura di La Pira, apparve all'inizio un po' strana. Un professore di istituzione di Diritto Romano, che faceva il Sindaco di una città... E anche a La Pira in un primo momento sembrò una cosa impossibile. Poi alla fine si persuase, soprattutto perché andò a trovarlo un grande prete della Firenze di allora, don Facibeni; e bastò uno sguardo, si intendevano da tanti anni, queste due persone, queste due anime così altamente spirituali e nello stesso tempo così radicate nella realtà umana, con tutte le sue debolezze e le sue miserie...".
Giorgio La Pira viene nominato Sindaco di Firenze nel 1951 ed eletto in totale per tre mandati.

L'8 gennaio 1953 nasce Il Focolare, come bollettino parrocchiale in sostituzione di Al Focolare.

Il 1955 segna per il Padre il momento della separazione tra Parrocchia e Opera; il Card. Dalla Costa, dopo aver studiato la questione dei rapporti Parrocchia-Opera nel corso delle varie Visite Pastorali, è giunto ad una soluzione definitiva: la separazione delle due con la forzata rinunzia alla Pieve di S. Stefano in Pane.
Don Enrico Bartoletti, incaricato di portare al Padre la decisione dell'Arcivescovo, racconta: “Il Padre fu preso da un accesso di tremito convulso. Cominciò i suoi lamenti, i suoi gemiti col Signore, con se stesso, per i suoi peccati e le sue colpe, piangendo per questa decisione che per lui era la morte. Temetti veramente che accadesse il crollo. Capii in quel momento come non avevo mai capito prima che davvero il santo è il più vicino al peccato. Poi rividi quest'uomo rialzare la faccia, gli occhi pieni di lacrime, il sorriso di bambino. Era come stordito e disse soltanto: “‘obbedisco‘. Dica al Cardinale che la Parrocchia è nelle sue mani””.
Per il Padre sono mesi di profonda angoscia e di dramma interiore per il trovarsi in contrasto con la gerarchia ecclesiastica: è una ferita questa separazione, che lo accompagnerà fino alla morte.
Scriverà nella lettera di saluto ai parrocchiani: “Figlioli nella vita vi sono momenti decisivi. Bisogna saperli cogliere con fermezza e generosità. Lasciarli trascorrere è disperdere tesori di grazia che la Provvidenza Divina teneva preparati. Ho riflettuto, ho sofferto, ho pregato… Figlioli, stringetevi intorno al Sacerdote che sarà chiamato a reggere questa importante Parrocchia. Confortatelo con la vostra operosa obbedienza, aiutatelo in tutte le sue iniziative di bene”.

Il 5 maggio 1955 l’addio alla Misericordia, con la sua elezione a Capoguardia Onorario.

Il 29 maggio 1955 alcuni amici dell’Opera riescono a portare a Rifredi, il Presidente della Repubblica Gronchi in visita a Firenze.
L’intenzione è che la sua visita diventi una specie di riconoscimento pubblico al ministero sacerdotale di don Giulio Facibeni nel momento in cui lascia la parrocchia.

L’8 dicembre 1955, in occasione dell’investitura del nuovo Pievano, c’è l’addio nella vecchia Pieve: “Figlioli, lasciate che ancora una volta vi chiami così… Diamoci tutti appuntamento in Paradiso. Lassù la mèta luminosa dove la verità splenderà in tutta la sua purezza e avvincerà le anime esultanti; lassù l’amore regnerà sovrano e tanti cuori gusteranno l’infinita bontà di Dio”.

Dopo la separazione dell’Opera, nel 1957 anche la Chiesa di S. Antonio di Padova al Romito viene eretta a parrocchia.

 

ULTIMI ANNI DI VITA DEL PADRE

Negli ultimi anni di vita sono tante le onorificenze che riceve: il 4 ottobre 1951 La Pira gli conferisce in Palazzo Vecchio, il titolo di “cittadino benemerito” di Firenze; il 4 aprile 1952 riceve la cittadinanza onoraria del Comune di Montecatini Terme; nel 1956 riceve la Croce d’oro delle Misericordie d’Italia; nel 1956 riceve il diploma di I classe di benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte da parte del Ministero della Pubblica Istruzione; il 9 gennaio 1957 riceve il premio di solidarietà Giulia Taccini; il 21 dicembre 1957 riceve dal Magnifico Rettore Prof. Lamanna, la medaglia d’oro dell’Università di Firenze per i suoi meriti in campo educativo.

Il Padre muore improvvisamente alle prime luci dell’alba del 2 giugno 1958, giorno della nascita al cielo di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, coincidenza che Giorgio La Pira mette in risalto: “Tale stranissima imprevedibile coincidenza non è certamente casuale, ma provvidenziale e misteriosa…”.
È una città intera che piange la sua morte: bandiere a lutto su Palazzi Pubblici, sedi di Partito, SMS e saracinesche abbassate dei negozi.
150000 persone provenienti dalla Toscana e dalla Romagna parteciperanno ai suoi funerali nella Cattedrale di S. Maria del Fiore ed alla processione fino al Cimitero di Rifredi, dove verrà sepolto a sterro con una semplice croce di legno, come da lui richiesto:
"Voglio che il mio funerale sia semplicissimo, il cadavere, vestito della veste più logora (non è giusto che vadano sotto terra indumenti che possono benissimo servire ad altri) e con la sola stola paonazza e col crocifisso che fu la mia arma nei giorni duri della battaglia, sia deposto in una cassa semplicissima, quella dei poveri; l'officiatura funebre celebrata nella Pieve senza discorsi. Se i miei figlioli vorranno portare la salma a spalla non mi oppongo, però voglio assolutamente sia sepolto a sterro e posta sulla tomba la semplice croce di legno.”.
I successori di don Giulio Facibeni saranno don Corso Guicciardini per l'Opera e don Giuseppe Franci per la parrocchia, come parroco.

Il nome di don Facibeni è riportato nel libro dei Giusti tra le Nazioni, presso lo Yad Vashem (Museo dell’Olocausto di Gerusalemme), onore concesso da Israele a circa 300 persone che in Italia hanno salvato, a rischio della propria vita, i cittadini ebrei perseguitati dalle Leggi razziali.

Nel 1978 in memoria di don Giulio Facibeni viene posta, sul sagrato della Pieve di S. Stefano in Pane, una statua in bronzo fusa dalla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli di Rifredi.
Di seguito il video girato durante la realizzazione in fonderia: Don Giulio Facibeni, immagini di un ricordo.

Tra le tante testimonianze su don Giulio Facibeni, vi è quella di Pietro Annigoni, pittore internazionale: "…Dopo aver visto lo sguardo di don Facibeni, non si può dubitare della presenza di Dio…".

Per il Servo di Dio don Giulio Facibeni, è in corso il Processo di Beatificazione.

A maggio 2017, il Padre è stato trasferito dal Cimitero di Rifredi alla Cappella dell'Opera Madonnina del Grappa, in via delle Panche n. 28. La Cappella è aperta da lunedì a venerdì dalle ore 8:30 alle ore 12:30 e dalle ore 14:30 alle ore 18:00.

 

L'OPERA OGGI

"L'umiltà è verità e giustizia e dispone alla perfetta carità.
I membri dell’Opera devono avere vivo il senso del loro nulla, ed amare le umiliazioni. Fuggano ogni individualismo e pur sentendo la responsabilità del proprio incarico gustino la gioia della collaborazione fraterna.
Tanto più l'anima si abbassa, tanto più Dio si avvicina a Lei.
"
don Giulio Facibeni

Fino al 1980, sono stati assistiti e formati circa 8000 ragazzi, molti dei quali dai primi mesi di vita fino al loro inserimento nella società.
Oggi l’Opera ha quattro case famiglia per minori e diversamente abili, una casa per ragazze madri, una piccola comunità di universitari ed una importante missione a Scutari in Albania fondata da don Zaccaro, costituita da un centro di cardio-pediatria, una scuola di infermiere e una casa di assistenza e riabilitazione per diversamente abili gravi tutti assistiti dalle suore Stimmatine. E ancora una missione a Fortaleza in Brasile fondata da don Nesi e don Moretti, appena restituita alla Diocesi di Fortaleza perché possa autonomamente portarla avanti.

Ogni anno, il 31 gennaio, ricorre la festa onomastica del Padre: la Parrocchia di S. Stefano in Pane e l'Opera Madonnina del Grappa organizzano la S. Messa in Pieve, seguita da un incontro ed una cena conviviale presso la mensa dell'Opera.

Ogni anno, il 2 giugno, ricorre la morte del Padre: viene organizzata la S. Messa sulla tomba del Padre al cimitero di Rifredi, seguita poi da alcuni incontri organizzati dall'Unione Figli Opera Madonnina del Grappa.

Ogni anno a partire dal 2008, nella domenica di maggio più vicina al 2 giugno, viene consegnato in Palazzo Vecchio il “Premio Don Giulio Facibeni” alla scolaresca delle Medie Inferiori che ha svolto la migliore Ricerca su don Facibeni.

Ogni anno, la prima domenica di ottobre, si tiene la Giornata fiorentina dell'Opera, con stand di approfondimento e S. Messa presso il santuario della SS. Annunziata di Firenze.

L'Opera Madonnina del Grappa va incontro alle nuove povertà che si presentano,
sempre guidata dallo spirito di don Facibeni:
et nos credidimus charitati”.

Abbiamo creduto all'amore.
Credendo all'amore infinito di Dio per noi, come non sentire il nostro piccolo cuore trasformato da quella carità che tutto abbraccia, trasfigura, da quella carità che senza restrizioni e preferenze fa sue tutte le miserie e le debolezze umane,
perchè in ogni sofferenza vede la continuazione della passione di Cristo?

don Giulio Facibeni

 

 

…Noialtri, il signor La Pira e tutti gli altri, sapete da dove si viene? Si viene da don Giulio Facibeni. Siamo tutti quanti figli suoi, veramente siamo stati alimentati dalla sua carità, dalla sua speranza, dalla sua fede; siamo tutti di questa famiglia, apparteniamo a Rifredi.…
È certo che il cuore di Firenze è a Rifredi…

Prof. Giorgio La Pira (discorso di Galeata - 1964)

 

 

 

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA:


- "VITA DI DON GIULIO FACIBENI"
    di Silvano Nistri - Firenze Aprile 1987 - Libreria Editrice Fiorentina

- "DON GIULIO FACIBENI - "Il povero facchino della Divina Provvidenza""
    di Silvano Piovanelli - Firenze Gennaio 2009 - Società Editrice Fiorentina

- "DON GIULIO FACIBENI - Il Padre, uomo della carità"
    di Mariarosaria Covino - Ottobre 1996 - Edizioni medicea

- "don Giulio Facibeni - scritti"
    a cura di L. Augusto Torniai - Firenze Novembre 1997 - Libreria Editrice Fiorentina

- "Il rischio di essere padre (Breve vita di Monsignor Facibeni)"
    di Giancarlo Setti - Firenze Giugno 1998

- "Don Giulio Facibeni - Profeta di Dio"
    di don Piero Paciscopi - Firenze Ottobre 2013 - Libreria Editrice Fiorentina

- "Don Giulio Facibeni e la sua opera"
    Pubblicazione commemorativa del 2 giugno 2008, cinquantesimo anniversario della morte di don Giulio Facibeni,
    per iniziativa dell’Unione Figli della Madonnina del Grappa

    di Lifani - Modigliana (FC) Maggio 2010 - 3ª ristampa con integrazioni

- "STORIA DELLA VENERABILE CONFRATERNITA DELLA MISERICORDIA DI SANTO STEFANO IN PANE - RIFREDI"
    di Bruno P. F. Wanrooij - Gennaio 1995 - Edizioni Polistampa Firenze

- "Giorgio La Pira - La Concretezza dell'Utopia" - Documentario tratto dalle biografie di "Correva l'anno" su Rai3
    Intervista a Ettore Bernabei, per l'aneddoto sulla candidatura di Giorgio La Pira a Sindaco di Firenze

- CD "Piazza Dalmazia e dintorni 1", per le foto del rione di Rifredi
    a cura di "Amici di Piazza Dalmazia" - Febbraio 2002

- Sito web Associazione Sportiva Rifredi 2000 sezione Calcio, per la foto del Padre (don Giulio Facibeni) con i ragazzi
    http://rifredi2000calcio.onlinesubito.it/it/dovesiamo/2/rifredi-2000-calcio-asd.htm

- Sito web Esercito, per alcune informazioni sul Milite Ignoto
    http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/il-milite-ignoto.aspx

- Sito web Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli, per il video girato durante la fusione della statua di don Facibeni posa sul sagrato della Pieve
    http://www.fonderiamarinelli.it/video-don-giulio-facibeni-immagini-di-un-ricordo/

- Sito web Giorgio La Pira, per alcune foto di La Pira con don Giulio Facibeni
    http://www.giorgiolapira.org/?q=it/content/fotografie

- Sito web Itinerari della Grande Guerra, per la storia del Milite Ignoto
    http://www.itinerarigrandeguerra.it/code/32113/Il-Milite-Ignoto

- Sito web La Santa Sede, per il discorso completo di Papa Pio XII al Padre ed agli amici dell'Opera Madonnina del Grappa
    https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1949/documents/hf_p-xii_spe_19491016_madonnina-grappa.html

- Sito web Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa", per numerose foto di don Giulio Facibeni
    http://www.madonninadelgrappa.org/

- Sito web Rivista Unuci Toscana (pag. 9), per le informazioni sulla S. Messa per il Milite Ignoto, celebrata da don Facibeni in piazza Santa Croce
    http://ita.calameo.com/read/0001240212389fe045ad2

 

 

Scritto da:

Alberto Andreoni

 

Si ringraziano per la collaborazione:

Carla Bellucci, Gaia Benvenuti, Mario Bertini, Maria Teresa "Mimma" Facibeni, Paolo Facibeni, Mario Graev, Osvaldo Mannucci, Card. Silvano Piovanelli


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